Pesca in Alto Adriatico, tavolo regionale per la crisi
06/05/2026
La Regione Veneto ha riunito a Mestre il Tavolo Interistituzionale sulla Pesca per affrontare la crisi dell’Alto Adriatico, una situazione che sta mettendo in difficoltà imprese, lavoratori e intere comunità legate al comparto, con 163 barche ferme e un indotto stimato in circa mille persone coinvolte.
Bond convoca istituzioni, categorie e rappresentanti politici
L’incontro è stato convocato dall’assessore regionale alla Pesca Dario Bond, che ha chiamato al confronto rappresentanti regionali, eurodeputati, parlamentari, consiglieri, categorie economiche e tecnici del settore. Al centro della riunione c’è stata la necessità di trasformare il tavolo in uno strumento stabile, con una prossima deliberazione della Giunta regionale destinata a dargli piena valenza ufficiale.
Bond ha chiesto ai partecipanti un approccio operativo, orientato a fondi, emendamenti e strategie capaci di sostenere un settore colpito da fattori ambientali, economici e produttivi convergenti. Alla riunione hanno preso parte, tra gli altri, il commissario straordinario al granchio blu Enrico Caterino, rappresentanti del Friuli Venezia Giulia, della Provincia di Bolzano e dell’Emilia-Romagna, oltre a esponenti delle associazioni agricole e cooperative.
Mucillagini, caldo e anossia hanno colpito i fondali
La crisi del comparto si sviluppa su due piani collegati. Da una parte, dalla fine del 2023 si è registrata una riduzione rilevante delle imprese della pesca professionale e dell’acquacoltura, aggravata dall’invasione del granchio blu e dalle anomalie climatiche. Dall’altra, la lunga presenza di mucillagini e le alte temperature marine dell’estate 2024 hanno prodotto conseguenze pesanti sull’ecosistema.
Dopo un giugno molto piovoso, con precipitazioni superiori alla norma del 34%, luglio e agosto sono stati tra i mesi più caldi degli ultimi trent’anni, con temperature medie oltre i valori abituali e minime notturne da record. Queste condizioni hanno favorito l’espansione delle mucillagini, che hanno ostruito gli strumenti di pesca e reso di fatto inutilizzabili gli attrezzi di cattura.
Gli effetti più gravi si sono però verificati sui fondali. Il deposito delle masse gelatinose, insieme al caldo prolungato, ha causato fenomeni di anossia, cioè carenza di ossigeno, soffocando gli organismi bentonici e in particolare i molluschi bivalvi. In diversi areali della costa veneta la moria di vongole e fasolari ha raggiunto percentuali tra il 90% e il 100%.
Imprese ferme e richiesta di risorse straordinarie
Le conseguenze economiche sono state immediate. Le ordinanze delle Capitanerie di Porto di Venezia e Chioggia, adottate nell’ottobre 2024, hanno vietato fino a revoca la pesca con draga idraulica, provocando la sospensione totale delle attività. Per 102 imprese dedite alla pesca della vongola di mare la produzione è azzerata da un anno e mezzo, con assenza di reddito e prospettive ancora incerte.
Il Ministero dell’Agricoltura, con decreto del 12 marzo 2025, ha riconosciuto l’eccezionalità dell’evento qualificandolo come calamità naturale. La Regione ha quindi avviato le procedure per l’accesso al Fondo di solidarietà nazionale della pesca e dell’acquacoltura, ma Bond chiede risorse adeguate e tempi rapidi.
Nel confronto è stato posto anche il tema europeo, con riferimento al Regolamento UE 2024/1991 sul ripristino degli ecosistemi degradati e alla necessità di intercettare progetti e fondi per la diversificazione produttiva dell’acquacoltura. Per la Regione, l’emergenza impone interventi immediati e una strategia di medio periodo, capace di difendere pesca, lavoro e identità economica dell’Alto Adriatico.
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